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Uscita n. 5

ATTUALITA'

IL PRIMATO DELLE ARMI
MARCO MARINI
 33 MORTI IN UN CAMPUS UNIVERSITARIO. È IL BILANCIO DELLA STRAGE AL VIRGINIA TECH DELLO SCORSO 17 APRILE.

33 INNOCENTI sterminati dalla follia del ventitreenne coreano cho seung-hui - già in cura presso un’unità psichiatrica - che ha fatto fuoco sugli studenti, giustiziandoli. Ora che le lezioni nell’università statunitense sono riprese, l’America sembra aver già assorbito lo shock, una volta ascoltate le tremende parole del presidente Bush, che, a poche ore dalla mattanza, confermava il diritto di ogni cittadino statunitense al possesso di un’arma.

Una nuova Columbine, il liceo del Colorado dove nel ’99 Eric Harris e Dylan Klebold, il primo 18 anni, il secondo 17, compirono la loro carneficina studiata nei minimi dettagli. I morti in quel caso furono “solamente” 13. Il liceo Colombine è quello ricordato nel documentario di Michael Moore, lo stesso film in cui si vedevano gli americani comprare munizioni persino dal barbiere sotto casa.

L’Italia, sconvolta da questa nuova barbarie tutta americana, non smette però di venderle, le armi. Nel nostro Paese c’è un dato che sintetizza bene il volume di affari generato dai compratori stranieri. Ogni azienda italiana che vuole commerciare armi con l’estero, infatti, deve richiedere un’autorizzazione e indicare il valore del prodotto che si prevede di vendere. Secondo i dati contenuti nella relazione annuale, la prima presentata dal governo Prodi, questo valore nel 2006 si è assestato sui 2,19 miliardi di euro. Nel 2005 valeva 1,36 miliardi di euro. Un incremento del 61%. Una montagna di soldi, una fetta importante delle nostre previsioni di export, gonfiata quest’anno anche dalle commesse strappate dall’Agusta al Pentagono per la fornitura di elicotteri da combattimento. E non c’è solo l’America.
Il 20,2% delle esportazioni effettive partono dal nostro Paese e raggiungono le nazioni dell’area mediorientale e dell’Africa settentrionale, dove le guerre ormai non fanno neanche più notizia.

Oltre agli armamenti poi, ci sono le armi leggere: le pistole e i fucili utilizzati tanto dagli eserciti quanto dalla popolazione civile. Anche in questo campo l’Italia mantiene posizioni di tutto rispetto, fra i primi paesi al mondo per volume di produzione e vendita. Se il business è florido (avevano ragione i latini, pecunia non olet), sembrerebbe che almeno in casa nostra non
si raggiungano le stesse aberrazioni del diritto che in America consentono al cittadino di trasformarsi in una sorta di sceriffo fai-da-te. A più di un anno di distanza dalla legge di riforma della legittima difesa, approvata il 13 febbraio 2006, l’Italia non è diventata un far west come molti temevano. Fino ad oggi, l’estensione del diritto all’autodifesa anche ai beni propri e all’interno degli esercizi commerciali non ha influito sul numero di colluttazioni e di sparatorie nei casi di aggressioni o di furto. Almeno per ora questo pericolo pare sia stato scampato. Rimane il fatto che ovunque ci sia un’arma, il rischio che qualcuno si faccia del male aumenta. Scioccante, a questo proposito, l’intervista andata in onda su Canale 5 nel corso di una recente puntata del settimanale “Terra”. Si parlava dell’Afghanistan.

UN EX UFFICIALE DELL’ARMATA ROSSA, REDUCE DALL’OCCUPAZIONE DI QUEL PAESE DA PARTE DEI SOVIETICI NEGLI ANNI ’80, MOSTRAVA CON DOVIZIA DI PARTICOLARI UNA MINA ANTICARRO DI FABBRICAZIONE ITALIANA.

Su quel tipo di mina proveniente dal Bel Paese molti soldati russi hanno trovato la morte. “Gliene sono rimaste molte in dotazione – concludeva l’ufficiale - Non vorrei che fra poco uccidessero qualcuno dei vostri”. Sinistri presagi. SPERIAMO SI SBAGLI.
 
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